Uno studio sulle mafie di mezzo tra legale e illegale

Lo scorso venerdì 20 ottobre, alla Libreria Binaria – Centro Commensale del Gruppo Abele a Torino sono stati presentati e discussi i risultati della ricerca pubblicata nel volume Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio (Donzelli Editore 2017), curata da Vittorio Martone sociologo già PhD presso l’Università di Napoli Federico II e componente del LARCO (Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzata – Università di Torino). Con l’Autore ha discusso il prof. Rocco Sciarrone dell’Università di Torino. Maria José Fava, referente di Libera per il Piemonte, ha coordinato il dibattito. Sciarrone, direttore del LARCO, ha anche coordinato i progetti di ricerca da cui scaturisce il libro di Martone. Progetti cominciati già nel 2010 con una ricerca sull’area grigia delle mafie nelle regioni meridionali (pubblicata in Alleanze nell’ombra, Donzelli 2011), proseguiti con una analisi comparata della espansione delle mafie nelle regioni settentrionali (pubblicata in Mafie del Nord, Donzelli 2014) e con la recente pubblicazione del volume Politica e corruzione, curato – come i primi due – dallo stesso Sciarrone.

Venendo al volume di Martone, Le mafie di mezzo restituisce un quadro d’insieme del fenomeno mafioso a Roma e nel Lazio, descrivendone le origini, le linee evolutive e le recenti forme di radicamento. Radicamento che viene rintracciato nella cosiddetta area grigia tra legale e illegale, analizzando le mafie all’interno dei network di connivenze e sostegni esterni che coinvolgono imprese, pubblici funzionari, politici e categorie professionali. In effetti Martone, oltre a quantificare e descrivere le organizzazioni criminali offrendo così un quadro ampio e dettagliato di cifre, assume il vocabolario e le metodologie delle scienze sociali per approfondire finemente i contesti territoriali e di azione entro cui le mafie si muovono, facendoci anche capire come funziona il consenso diffuso che ne favorisce il radicamento. Un approccio che risulta particolarmente efficace, come ha sottolineato lo stesso Sciarrone nel dibattito a Binaria, per la capacità di tenere assieme la teoria e la ricerca, i dati e le statistiche sul fenomeno, la documentazione giudiziaria e le rappresentazioni mediatiche e sociali attribuite alle mafie. Nel volume si dà infatti ampio spazio alla ricostruzione del vocabolario e alle «immagini» in uso per parlare di mafie a Roma e nel Lazio. Immagini frutto dell’interscambio tra produzione di saperi sul fronte mediatico ed editoriale e sul fronte degli organi di contrasto e, non ultima, dall’influenza esercitata da questi ambiti di produzione della realtà sull’operato delle mafie stesse.

Ma l’aspetto che senza dubbio appare di maggiore interesse nel volume di Martone concerne proprio il suo approccio, una sorta di inversione del punto di vista. Qui l’interpretazione del fenomeno mafioso a Roma e nel Lazio non parte dalle mafie, dalle biografie degli affiliati o dalle caratteristiche delle organizzazioni di queste presunte forze del male. Si tratta di letture che troppo spesso, come sottolinea l’Autore, hanno banalizzato se non addirittura romanzato il fenomeno: quell’esercizio dell’estrarre aneddoti, ricorrere all’iperbole, celebrare i criminali come miti. Martone si concentra invece sulle mafie di mezzo, ovvero sul confine tra legale e illegale e tenta di entrarci dentro, analizzando l’operatività dei circuiti corruttivo-collusivi all’interno di territori e mercati specifici, guardando a come tali mercati funzionano e a quali fattori di attrattività e di disponibilità offrono all’infiltrazione mafiosa.

Ed ecco che la mafia diviene una sorta di escamotage per studiare sociologicamente il (mal) funzionamento di certi mercati, gli assetti istituzionali che ne esprimono le norme, i sistemi di governance a cavallo tra politica ed economia che spesso li traducono in un coacervo di interessi.

Perché, oltre ai traffici illeciti (prostituzione, usura e soprattutto narcotraffico) le mafie si inseriscono agevolmente in un’ampia e polimorfa criminalità economica, in cui opera una nebulosa di imprese non di diretta espressione criminale ma inclini a pratiche sommerse e illegali. Qui i capitali mafiosi possono confondersi con minore probabilità di essere rintracciati. Ed è qui che bisogna guardare qualora si voglia agire – politicamente – per arginare le strutture di opportunità delle mafie. Stiamo parlando di quei quasi 20 miliardi di “economia non osservata” (sommerso, lavoro irregolare, evasione fiscale ecc.), ma anche dell’economia pubblica (movimento terra, costruzioni, rifiuti, servizi sociali ecc.), facilitata dalla diffusione capillare della corruzione e della debole regolazione istituzionale. In che senso “debole”? Nel senso di una pubblica amministrazione rivelatasi permeabile alle infiltrazioni o esposta alle intimidazioni. Proprio su questo punto la rete corruttiva che la Procura romana ha voluto chiamare “Mafia Capitale” è un caso emblematico di economia pubblica – per così dire – “deviata”. Lo mostra con estrema chiarezza Martone nell’ultima parte del volume, dove la rete di Mafia Capitale viene raffigurata con i suoi 109 nodi. Una nuvola, una costellazione di imprese e di cooperative sociali, di professionisti e politici, di referenti della pubblica amministrazione e delle società pubblico-private che orientano il denaro negli appalti per i servizi sociali, dell’emergenza abitativa e della accoglienza dei rifugiati e dei nomadi, ma anche della raccolta dei rifiuti e della manutenzione del verde pubblico.

Situare la rete corruttiva nella più ampia area grigia che regola i servizi pubblici romani è cruciale per la comprensione del problema e per proporre correttivi di natura politica. Lo stesso esercizio dello studio di caso, che indica la riduzione della scala dell’analisi a un territorio delimitato e ai suoi mercati prevalenti, viene esposto anche per altri due territori: il Litorale Ostiense nel secondo capitolo e il basso Lazio nel terzo. Anche qui Martone situa la genesi e l’operatività delle mafie in specifici mercati: rispettivamente, il balneare, il commercio delle automobili e il mercato ortofrutticolo. 

In tutti i casi Martone mostra che la mafia non è un virus che intacca contesti sani. Perché nelle rappresentazioni solite delle mafie al Centronord, si legge nel volume, prevale ancora una sorta di metafora medicale: il Centronord è ancora rappresentato come un corpo sano che viene infettato da un virus. La mafia appare così un mero agente patogeno. Guardando invece, come fa Martone, al più ampio quadro di governance dei mercati pubblici e privati, si intravedono tutti gli inquadramenti istituzionali e normativi che prefigurano l’infiltrazione criminale e che fanno delle mafie un corpo assolutamente “intraneo”. Così il problema non è solo criminale o patologico, ma di politiche economiche, di controlli, di diffusa e capillare sottrazione alle regole. Se ci si continua ad accanire sui “mafiosi” lasciando immutato il contesto esterno dell’area grigia, difficilmente riusciremo a fermare la riproduzione delle mafie, vero rompicapo – ha concluso Sciarrone – sia per le agenzie di repressione che per la ricerca scientifica stessa.