L’Italia è stata rimessa in asse con l’Unione Europea

Considerando la passata legislatura sotto l’aspetto squisitamente politico, mi pare si possa dire che, mentre all’inizio era sull’orlo del fallimento (per responsabilità soprattutto del vecchio gruppo dirigente del PD), invece è servita a rimettere l’Italia in asse con la UE. Il merito principale va al nuovo gruppo dirigente di quel partito e alla sua compagine di governo che fra l’altro ha permesso al PD di acquisire un’identità più solida e definita. Questi mi paiono tratti salienti del quinquennio poiché i sistemi di partito sono interdipendenti e se uno dei partiti maggiori si rimette in sesto induce anche gli altri a fare altrettanto purché, naturalmente, vogliano essere utili al Paese.

Con l’introduzione dell’obbligo di pareggio del bilancio in Costituzione, l’inclinazione della classe dirigente italiana a considerare l’integrazione europea un vincolo da subire piuttosto che una sfida alla europeizzazione della politica nazionale aveva toccato il fondo. Fu merito del governo Renzi cambiare il verso alla connessione europea dell’Italia mettendo in discussione il mantra dell’“austerità” con cui l’UE cercava di fronteggiare la Grande Crisi iniziata nel 2007. Nello stesso tempo, collocando il PD nella famiglia del socialismo europeo, Renzi ne favorì la vittoria eccezionale nelle elezioni del 2014 da cui scaturì un ruolo propulsivo del governo italiano nell’evoluzione dell’agenda europea (Unione bancaria, ESM, politiche anti-crisi della Bce, apertura ai temi della convergenza fiscale, alla creazione di eurobond, ecc.). Per non dire dell’autorevolezza con cui l’Italia, grazie soprattutto all’azione del suo governo, ha contribuito e contribuisce all’europeizzazione dell’enorme problema delle immigrazioni e alle missioni di peace-keeping internazionali. Non credo si possa prescindere da questo scenario quando si passi alle politiche di welfare, squisitamente nazionali. 

Non ignoro i limiti della riforma del mercato del lavoro, ma non si può negare che il governo Renzi ha avuto il merito di invertire i trend della inoccupazione. Enfatizzare la preponderanza dl lavoro a termine nella crescita dell’occupazione è un artificio polemico: la “precarizzazione” del lavoro è un processo globale, generato da condizionalità economiche e tecnologiche a cui i governi nazionali non hanno molto da opporre. Resta il merito di aver spostato le “tutele” dall’occupazione al lavoro, introducendo un’innovazione necessaria già da molto tempo in un’economia manifatturiera come quella italiana, territorialmente sempre più differenziata e fondata sulle PMI.

Non va sottovalutato l’altro pilastro di questa innovazione,  consistente nella riforma della PA, nella stabilizzazione del sistema bancario e nella rilevante ripresa degli investimenti in formazione, ricerca e cultura: combattere il vortice delle diseguaglianze invertendo una tendenza decennale alla decrescita del “capitale sociale” e del “capitale umano” favorisce l’irrobustimento della «società civile», da cui dipendono la produttività del lavoro, la redistribuzione del reddito  e la competitività del Paese. 

Non vanno ignorati, infine, il sensibile miglioramento nell’impiego dei fondi europei, la rilegittimazione della presenza pubblica nelle imprese e la conseguente ripresa di investimenti e realizzazioni nelle infrastrutture e nelle reti: in sintesi, la riattivazione di una politica industriale bandita negli ultimi decenni persino dal lessico politico.

Le riforme costituzionali approvate dal Parlamento avrebbero consentito la ricostruzione dell’impalcatura politica del Paese e se fossero state confermate dal referendum del 4 dicembre 2016 avrebbero consolidato i risultati delle innovazioni a cui ho accennato, stabilizzando il ciclo riformatore. La loro bocciatura ha costituito, invece, un serio colpo alla riformabilità del Paese, che potrebbe rivelarsi molto più grave di quanto si percepisca finora. Il fulcro delle riforme era nella coniugazione dell’eliminazione del bicameralismo paritario con il superamento della legislazione concorrente fra Stato e Regioni. La sua approvazione avrebbe potenziato il governo del Paese restituendogli la capacità di contrastare le derive localistiche esasperate dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001) e dagli incentivi particolaristici delle leggi elettorali della Seconda Repubblica. La sua bocciatura, invece, esaspera le divaricazioni territoriali, le tensioni infraistituzionali e l’individualismo irresponsabile alimentato soprattutto dalla globalizzazione non regolata delle tecnologie digitali. 

Il governo di centro-destra (2008-2011) aveva messo l’Italia in rotta di collisione con l’UE: l’incongruenza corporativa delle sue componenti, la sua insipienza, irresponsabilità e inerzia di fronte alla crisi globale della finanza avevano creato una situazione per cui il debito “sovrano” dell’Italia era diventato un fattore di crisi della zona Euro. La coalizione berlusconiana si dissolse e subentrò il «governo commissario» di Mario Monti. La ‘macelleria sociale’ operata dalle sue politiche di rientro, aggiungendosi agli effetti devastanti della stagnazione europea, fece lievitare anche in Italia la crisi del consenso europeo. L’esplosione del “Vaffa-Party” nel 2013, coniugata all’inasprimento dell’eurofobia della Lega, ha generato un’animosità anti-europea e anti-isituzionale che non ha l’eguale per estensione in Europa.

 Questa è la situazione in cui si svolgeranno le prossime elezioni. Il ritorno del proporzionale era nelle cose: di fronte alla «crisi organica» dei partiti, quando i cittadini ritirano la fiducia ai loro rappresentanti e alle istituzioni e a una metà delle “forze” in campo mira a disfare la democrazia rappresentativa e l’Unione europea, il proporzionale si impone innanzitutto per consentire di distinguere le responsabilità chiarendo ai cittadini l’effettiva posta in gioco. 

È un compito arduo e una sfida dagli esiti incerti sia per come è fatto il sistema dei media, sia per l’inadeguatezza dei suoi “funzionari” plasmati dal «senso comune» della seconda Repubblica, a comprendere e spiegare il “cambio di regime” in corso. Né li si può caricare di troppe responsabilità in presenza dei condizionamenti esercitati dall’esplosione della demagogia elettorale del “Vaffa-Party” e del centro-destra. 

È auspicabile che i cittadini abbiano tempo e modo di riflettere sul rischio di disfare il lavoro di “rammendo” compiuto dai governi della passata legislatura e non si assumano la responsabilità di riportare l’Italia in rotta di collisione con l’UE. Nel contesto globale – Brexit, Amministrazione Trump, instabilità tedesca, ripresa della corsa agli armamenti con la proliferazione di bombe atomiche di cui si prevede l’impiegabilità, ecc. – potrebbe essere esiziale all’Italia e all’Europa.

 

*Storico