La nascita della CIL, la Confederazione Bianca

Un secolo di sindacato dei lavoratori (1918-2018). Il cattolicesimo sociale: Leone XIII, Toniolo e Valente.

Conoscere e valutare l’epoca e il contesto storico in cui nasce la Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL), costituisce un momento formativo di analisi critica della storia del movimento sociale cattolico, e delle difficoltà che prima hanno impedito e poi rallentato la maturazione del “sindacalismo bianco”, arrivando infine al suo soffocamento.

Bisogna sicuramente partire dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (1891) che ebbe il merito di attivare in campo cattolico, anche in Italia, gli studi sull’economia e sulle scienze sociali. Ma l’efficacia applicativa di questi studi venne paralizzata dalla permanenza del “non expedit” (1874) di Pio IX che nel conflitto irrisolto tra Santa Sede e Stato Italiano, dopo la “presa di Roma”, chiedeva ai cittadini di fede cattolica di non partecipare alla vita politica dello Stato. 

In parallelo a detto divieto era stata costituita un’associazione denominata Opera dei Congressi (OdC), con il compito di riunire i cattolici e le Associazioni cattoliche in una comune azione per la difesa dei diritti e degli interessi religiosi e sociali della Chiesa e degli italiani; e di promuovere e coordinare le opere caritativecristiane. Nel periodo 1874-1904 rimane la più importante organizzazione cattolica in Italia.

Questo non impediva che in Italia idee e programmi in campo politico e sociale cattolico fossero presentati e discussi in Convegni (come il “Programma di Milano” del 1894) e trasferiti su strumenti di diffusione quali il “movimento” e il “giornale”. In questo ambito nasce e viene proposta l’idea della “democrazia cristiana”, tre anni dopo la Rerum Novarum, come intendimento per portare la pace nei rapporti politici e per l’elevazione sociale delle classi lavoratrici. Questo termine venne proposto dal prof. Giuseppe Toniolo, economista e sociologo, promotore dell’Unione Cattolica per gli Studi Sociali, che celebrò il suo primo Congresso a Genova nel 1892.

L’idea “democrazia cristiana” venne subito fatta propria da molti giovani che si dichiararono “democratici cristiani” e proposero la formazione di “Camere del Lavoro Cristiane” (XIII Congresso Cattolico Italiano tenuto a Torino nel 1895). Fra i giovani che si infervorarono a venti anni del discorso di Toniolo, pensando di aver scoperto il proprio destino, vi fu Giambattista Valente, che nella sua autobiografia scrive: “presi infatti conoscenza (…) della mia vocazione e decisi pertanto di dedicare la mia vita a far trionfare nel popolo, in opposizione all’ideale socialista, l’ideale cristiano”. (1)

Questo giovane, così entusiasta del Programma di Milano di Toniolo, desiderava diventare “l’avvocato dei lavoratori”, e con l’aiuto prima di un fratello prete e poi dello stesso Toniolo riuscì a frequentare la Facoltà di Legge dell’Università di Genova, dove viveva in condizioni di povertà; a fianco del fratello maggiore, parroco nel popolare quartiere Prè di Genova, riuscì a conseguire la laurea in diritto, ma anche a svolgere opera di assistenza religiosa e morale ai giovani operai. Valente, approfondendo la tematica sociale cattolica, diede vita nel 1897 al giornale democratico cristiano “Il Popolo italiano”. Due anni dopo il giornale si fondeva con il settimanale torinese intitolato “Democrazia cristiana”, e Valente trasferitosi a Torino partecipava alla formulazione del “Programma di Torino”.

Ma corrono pochi anni e Valente si trova a Roma dove condivide con Romolo Murri diverse attività editoriali e giornalistiche di periodici, quali “Cultura del Popolo”, “Cultura sociale” e “Domani d’Italia”, come strumenti per raggiungere e coinvolgere le masse popolari in primitive forme di sindacalismo cattolico che esprimono anche la volontà di partito.

Era il tempo in cui bisognava dare spazio agli insegnamenti della Chiesa in campo sociale dopo la lettera enciclica di Leone XIII, che assimilando quanto recepito dalla cultura tedesca e belga in particolare, dove era stato nunzio, vuole entrare nella nuova società dell’epoca e introduce anche in Italia il cattolicesimo sociale, sotto l’ispirazione dello stesso Toniolo. Pur nell’arretratezza economica e industriale dell’Italia rispetto ad altri Paesi, si stavano rivelando le crude realtà nel nuovo proletariato.

A Roma nel 1900 Valente fonda la “Lega Cattolica del Lavoro” che costituisce la sua prima partecipazione all’azione sindacale: la sua attività si distingue per essere un grande organizzatore, più che un teorico e un politico di ampio respiro. Diciamo che fra i due, Toniolo e Valente legati da profonda amicizia, l’uno costituisce la mente e l’altro il braccio, nel tentativo di costituire il partito democratico cristiano (2). Con la crisi dell’Opera dei Congressi, coordinatrice in modo rigido e conservatore delle iniziative in campo cattolico, c’è un ultimo tentativo di Valente, attraverso la propaganda svolta dal quotidiano “Italia nuova” di Ancona di cui era diventato direttore, ma le sue speranze sono condotte al fallimento dalla condanna del movimento e anche dalla cauta posizione assunta da Murri che avverte Valente di non essere maturo il tempo (1905). Cioè due personalità forti e coraggiose si acquetano di fronte agli attacchi della corrente intransigente dell’Opera dei Congressi, capeggiata da Paganuzzi, che esercita forte opposizione alle iniziative della nascente “democrazia cristiana” (stampa, riunioni, convegni), pur essendosi avvalsiMurri e Valente per ben quattro anni (1898-1901) della difesa ad oltranza esercitata da Toniolo delle loro posizioni e richieste in sede di Opera dei Congressi. Per dissidi e contrapposizioni interne l’OdC venne sciolta nel 1904 da Pio X, che insieme ai moderati all’interno del mondo cattolico era preoccupato del “radicalismo” dei democratici cristiani.

 

Il modello di sindacalismo cristiano

È a seguito di questi avvenimenti che Valente lascia l’Italia e si reca in Germania ad interessarsi delle sue originarie aspirazioni, cioè il movimento sindacale, e là come segretario della Sezione Italiana dei Sindacati Cristiani tedeschi impara teoria e prassi, cioè cultura del pluralismo cristiano che si accompagna ad autonomia politica e confessionale. E sono ben otto anni di formazione e sperimentazione pratica, che serviranno ad importare in Italia una cultura ed una esperienza adeguate a fronteggiare e competere con il “pericolo socialista”.

Dunque torna in Italia nel 1913, con l’intenzione di creare una confederazione che coordini a livello nazionale e locale i sindacati d’ispirazione cattolica, nel frattempo moltiplicatisi nel nostro paese, con un’ampia dispersione priva di guida e orientamento. A questo punto si ricostituisce il sodalizio con Toniolo che fu di molto aiuto nella nuova e non facile impresa, e che durò fin oltre la nascita della Confederazione “bianca”, che anziché al “lavoro” come la “rossa” Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), venne intitolata ai “lavoratori”. Toniolo muore nell’ottobre 1918. 

Riepiloghiamo i fatti come riassunti da Clara Valente, figlia di Giambattista, in una sua relazione scritta. (3)

Nel dicembre 1913 poiché erano sorte grosse divergenze all’interno dell’Unione Economica Sociale (UES), erede della II sezione dell’OdC in particolare per le attività sociali ed economiche dei cattolici, la Santa Sede sciolse il Consiglio dell’UES: le divergenze erano nate sull’autonomia reclamata da diverse organizzazioni sindacali d’ispirazione cattolica e sostenute dal Valente sull’esempio tedesco (che però era definito “cristiano” perché comprendeva sia cattolici che protestanti).

Nei mesi successivi si sviluppò una forte polemica fra le riviste cattoliche italiane fra chi favoriva e chi era contrario ad un coordinamento nazionale del sindacalismo cristiano in Italia.

A seguito della morte di Pio X (20/8/1914), viene eletto papa Benedetto XV (4/9/1914), che nomina suo Segretario di Stato il cardinale Domenico Ferrata, a cui il Toniolo scrive una lettera riservata raccomandandogli l’urgente questione sindacale cristiana in Italia e segnalando il Valente come il maggior competente in materia. Le raccomandazioni di Toniolo erano pervenute al nuovo Papa, il quale trova occasione con i dirigenti della Gioventù cattolica di sottolineare la necessità di organizzare sindacati cristiani in Italia, aggiungendo però che la parte esecutiva delle direttive generali spetta agli uomini impegnati in tali organismi.

Il cardinale Ferrara muore improvvisamente dopo un solo mese d’impegno e viene nominato Segretario di Stato il cardinal Gasparri, il quale si trovò a dover trattare questa questione dei sindacati già sorti in Italia ma abbandonati a loro stessi senza una guida: allora prepara un nuovo Statuto UES approvato dal Papa ed emanato nel luglio del 1915 con un Comitato provvisorio di reggenza ed il compito di segnalare al Papa una terna di nomi per scegliere il Presidente della nuova UES.

La scelta di Presidente UES cadde sul dott. Carlo Zucchini (1915) il quale andò alla ricerca di Valente (responsabile dell’Ufficio del Popolo a Genova) per porlo a capo della Segreteria Professionale (termine usato per attenuare i contrasti rispetto al termine “sindacale”), e dopo pochi mesi nominarlo Segretario generale dell’UES. È in questa veste, con il sostegno di Toniolo, che Valente lavora intensamente per creare la Confederazione Italiana dei Lavoratori.

 

Le difficoltà create dalla Grande guerra

Ma accanto a questa concatenazione favorevole di fatti e di uomini, c’è un aspetto che ha un peso negativo sull’attività di Valente: ossia l’entrata in guerra dell’Italia (1915), in contrapposizione agli imperi dell’Europa centrale; Valente aveva costruito la sua esperienza nell’Impero tedesco.

Già lo scoppio della Guerra (1914) aveva creato molte difficoltà a Valente, perché il finanziamento per questa impresa sindacalcristiana italiana era venuto inizialmente dal Segretariato Internazionale, creato e sostenuto dalla Centrale Sindacale Cristiana in Germania per aiutare i cattolici di altre nazioni ad organizzare analoghi sindacati nei rispettivi Paesi. Ma l’autorità di Toniolo venne in soccorso a Valente con particolare rapidità.

Nel 1914 il Valente aveva iniziato a Milano, con la pubblicazione de “Il Lavoro italiano” a raccogliere le forze sparse del sindacalismo cattolico in Italia in una organizzazione nazionale, che rompesse con gli schemi arretrati dell’intransigentismo clericale e si ispirasse a criteri di efficienza e di produttività in contrapposizione alla CGdL e alle forze socialiste. Dovette assorbire l’opposizione orchestrata dalla “Civiltà cattolica” nel 1914, per emergere come il personaggio centrale nel processo di ristrutturazione del sindacalismo “bianco”.

E tuttavia Valente cercò di svolgere la sua attività senza incorrere in censure in un momento in cui Pio X sembrava avviato ad una condanna delle attività di carattere sindacale. 

Frutto di questa pressione per diffondere fra le masse cattoliche operaie la necessità di una solida organizzazione sindacale, venne promossa la fondazione di “Unioni del Lavoro” o “Uffici del Popolo” (organizzazioni miste di assistenza e sindacato) nei maggiori centri italiani. Mentre sostiene il consolidamento di sindacati nazionali di categoria, con una graduale centralizzazione delle organizzazioni (secondo il modello tedesco), la chiamata di Valente da parte del conte Zucchini nel 1916 alla segreteria generale dell’UES permetteva nei due anni successivi di estendere l’organizzazione sociale dei cattolici su tutto il territorio italiano.

Agli inizi del 1918 si era compiuta una sistemazione generale ed essa era andata di pari passo con l’educazione di una mentalità di coordinamento fra i cattolici. Era un risultato che Valente aveva coltivato sia con la corrispondenza privata che con l’organo dell’UES “ Azione sociale”.

 

Costituzione della CIL

Nel marzo 1918 si susseguirono a Roma diverse riunioni di dirigenti di associazioni professionali e di sindacati già costituiti o in via di costituzione (sia di categoria che territoriali), e particolarmente nei giorni 16, 17 e 18 in una sede di via della Scrofa 70, si giunse alla costituzione della “Confederazione italiana dei lavoratori” (C.I.L.) che raccoglieva l’adesione di 12 categorie nazionalie 26 strutture territoriali. Il Valente ne fu nominato Segretario generale, e vennero altresì costituiti: 1)il Consiglio Nazionale (composto dai rappresentanti dei 12 Sindacati nazionali e dalle 26 Leghe del Lavoro); 2)la Commissione Esecutiva (4);3)il Segretariato generale (costituito da Giambattista Valente, GiuseppeCorrazzin e Augusto Ciriaci); 4)venne fondato il giornale della CIL, prima “Confederazione” e poi “Il Domani sociale”, diretto da Valente. La sede provvisoria era in Roma via dell’Umiltà 36; poi verrà trasferita a Milano in via Torino 10, e di nuovo riportata a Roma in via Duilio 2A.

Per G.B. Valente cominciò allora un nuovo periodo d’intensa attività percorrendo l’Italia in lungo e in largo, parlando ai lavoratori, creando gli organizzatori; era un oratore facondo e sapeva spendersi per creare una vera coscienza sindacale.

Si arrivò al primo Consiglio nazionale (Roma, 28 settembre 1918) in cui fu approvato lo Statuto della CIL e venne elaborato il programma in 12 punti della nuova istituzione sindacale. In tali punti le indicazioni fondamentali riguardavano: I)le assicurazioni sociali e le casse di previdenza per le famiglie, la gestione del collocamento coordinato con l’assicurazione contro la disoccupazione;

II)la costruzione di case popolari; III)riconoscimento giuridico delle organizzazioni professionali, loro libertà sindacale e dei singoli lavoratori; IV)libertà e riconoscimento delle rappresentanze su base proporzionale; V)organizzazione dell’arbitrato nei conflitti di lavoro; VI)sviluppo della piccola proprietà e del lavoro associato; VII)contratti collettivi per rami di produzione industriale, agricola e di pubblici servizi, minimi salariali parificati fra uomo e donna, e massimi di orario;

VIII)giornate di lavoro normale di otto ore, e sabato inglese; IX)istruzione generalizzata;

X)frazionamento del latifondo; XI)protezione dell’emigrazione; XII)disarmo degli Stati e abolizione della coscrizione militare, arbitrato internazionale per la Pace.

 

L’autonomia del movimento sindacale

La Confederazione Italiana dei Lavoratori fece propri i principi della aconfessionalità (cioè dell’autonomia dalla gerarchia ecclesiale e con la tendenza ad ammettere gli operai di tutte le confessioni religiose) ed il principio dell’autonomia dal Partito politico.

Un altro principio (che differenziava la CIL dall’organizzazione socialista) era il contrasto all’evoluzione sociale in senso collettivista, come pure alla concentrazione capitalistica. La scelta elaborata dalla CIL era quella detta “partecipazionista”, che prevedeva l’“azionariato del lavoro” (ossia la ripartizione degli utili aziendali) e l’ingresso negli organismi di controllo aziendale.

 

I suoi presupposti ideologici (in cui l’aconfessionalità riconosceva e valorizzava i fattori morali del Cristianesimo) imponevano scopi e mezzi improntati alla massima valutazione di tali fattori nei rapporti fra capitale e lavoro. Gli organismi sindacali confederati dovranno valutare le ragioni degli umili e dei deboli, e per attuare la giustizia distributiva occorrerà energicamente lottare, dopo esauriti tutti i mezzi per una pacifica definizione. L’attuazione della giustizia sociale doveva essere possibile e doveva avvenire attraverso la collaborazione fra i distinti sindacati delle classi o parti sociali e le loro commissioni miste. Se tali condizioni non si fossero verificate, la lotta di resistenza fra le classi in conflitto era inevitabile. Comunque la lotta doveva essere sempre condotta con mezzi e forme civili.

Infine si può aggiungere che, affinché il movimento sindacale fosse immune da degenerazioni, era necessario che non fossero abbandonate le grandi energie ideali e morali che costituivano la sana tradizione del popolo italiano: Patria, famiglia, amore del lavoro e senso della fratellanza improntata alla spiritualità cristiana.

Come si vede un programma positivo, costruttivo, di promozione sociale, mantenuto con dignità e coerenza; seppure con alcune esuberanze ed alcuni estremismi e più di un errore.

Ma la CIL sorgeva in un momento particolarmente difficile: oltre a quanto già accennato per il periodo bellico, seppure in fase conclusiva, il movimento doveva scegliere una via ben definita nei confronti dell’Azione Cattolica (che rimaneva la principale associazione dei cattolici italiani) e poi anche nei confronti del Partito Popolare, che stava per costituirsi (18 gennaio 1919).

Le difficoltà derivanti dalla dipendenza giuridica dall’ A. C. di tutte le organizzazioni cattoliche, vengono superate con il documento del 25 settembre 1919 del cardinale Gasparri che concedeva l’autonomia, togliendo ogni vincolo sia per quanto riguardava la CIL sia per l’attività delle Confederazioni Mutualistiche e Cooperative.

Cosicché la “aconfessionalità” dell’organizzazione sindacale poté essere confermata ufficialmente al Congresso Nazionale CIL di Pisa (29-31 marzo 1920). Allo stesso tempo il sindacato si considerava attento alle direttive della dottrina sociale della Chiesa. Sorsero però i primi dissensi tra l’organizzazione sindacale e il Partito Popolare: per il Valente il Partito era un organo della vita politica, mentre invece il Sindacato doveva essere un organo della vita economica, che ha per base gli interessi della propria classe.

In questa distinzione il Valente vedeva gli inconvenienti che potevano nascere dalla esclusione di ogni rapporto, quanto da un’eventuale stretta collaborazione. Era però favorevole ad un certo affiatamento ma solo sui rapporti di natura tecnica e sociale, e in ciò aveva il consenso della maggioranza degli organizzatori.

 

 

Valente e Sturzo: sindacato e partito

Bisogna qui sottolineare che, oltre che nel lavoro organizzativo, il Valente (mentalità giuridica e sindacale insieme) fu instancabile soprattutto dal 1920 nel ricercare le formule più adatte per diffondere i principi della sociologia cristiana applicati alla lotta sindacale. Oltre a relazioni, mozioni, e ordini del giorno, fu l’autore dell’opuscolo su “Partecipazionismo operaio”, uno dei punti caratterizzanti del sindacalismo bianco: una rivendicazione di classe ma che rappresentava l’alternativa alla dittatura di classe e al collettivismo statalista. 

Qui occorre ricordare che Valente visse con Luigi Sturzo l’esperienza giovanile di costruzione del partito cattolico, ma legati a realtà diverse: Valente agiva in zone del massimo sviluppo industriale, con una massiccia presenza operaia, e identificava quasi la democrazia cristiana con il sindacalismo. Sturzo viveva in un’Italia emarginata, con una realtà pre-industriale, e credeva che la strada da seguire fosse quella della politica (5). Nel 1905 il sodalizio si rompe perché Sturzo convinto, come Murri, che i tempi non erano maturi si ritirò nella riflessione e nell’attività locale, invitando Valente a fare altrettanto. Valente non capisce i due abbandoni di Murri e Sturzo, fa ancora il tentativo di Ancona e poi anche lui cambia vita: non si ritira nella riflessione ma nell’esperienza sindacale tedesca.

Per strade diverse Valente e Sturzo giungeranno a conclusioni analoghe: il partito e il sindacato con un programma aconfessionale, e Valente parteciperà alla fondazione del P.P.I. nel 1919. Ma le concezioni sull’autonomia reciproca delle due istituzioni divergono, perché mentre Valente concepisce il sindacato autonomo anche dal partito, Sturzo concepisce il partito come lo strumento fondamentale per tutta la politica, e quindi il sindacato è organo di trasmissione del partito, cioè c’è un rapporto organico del partito con i lavoratori inquadrati nella CIL. Questa impostazione di Sturzo dovrebbe evitare al partito di essere dominato dalla componente conservatrice.

Ma la linea di Sturzo avrà il sopravvento, perché volendo eliminare la rigida opposizione di Valente con forzatura “dittatoriale” lo convincerà alle dimissioni e il 1° Congresso della CIL che si celebra a Pisa (marzo 1920) per Valente è l’occasione per lasciare la carica di Segretario generale ad un esponente più aderente alla linea Sturzo, cioè il parlamentare pisano Giovanni Gronchi. Valente mantiene però la direzione dell’organo confederale “Il Domani Sociale” e la Segreteria generale della “Confederazione Mutualità e Assicurazioni sociali”, che affiancava l’attività della CIL. (6)

Alla fine del 1920 la Confederazione bianca contava 26 Federazioni professionali con un 1.195.726 organizzati. Cifra rispettabile, nella quale più della metà era da assegnarsi alle organizzazioni agricole (escluse le organizzazioni di previdenza sociale e cooperative).

 

 

In occasione delle elezioni politiche del novembre 1919 il comportamento della CIL fu coerente con quanto deliberato al II Consiglio Nazionale (Roma, 26 settembre 1919), cioè che l’apoliticità della Confederazione non poteva prender parte alla lotta politica, ma solo assicurarsi di avere fra i candidati del partito elementi che garantissero di voler rappresentare e difendere in Parlamento gli interessi della classe operaia cristianamente organizzata.

La Segreteria di Giovanni Gronchi dovette affrontare un periodo veramente tragico per la Nazione, cioè il moto rivoluzionario che si risolse nell’occupazione delle fabbriche, a cui si tentò di far fronte presentando al Capo del Governo di allora, on. Giolitti, un progetto concreto di “partecipazionismo e azionariato”. Anche la Segreteria generale di Gronchi fu breve, perché lasciò l’incarico per entrare nel primo governo Mussolini del 1922 come sottosegretario all’industria. Gli succederà nel 1922 l’on. Achille Grandi che sotto l’incombente fascismo dovette affrontare nel dicembre 1922 (V Consiglio Nazionale CIL a Torino) lo scottante problema dell’unità sindacale con le altre organizzazioni confederali per un’intesa sindacale: fu Valente a presentare un ordine del giorno, approvato a maggioranza, che autorizzava la Commissione Esecutiva e il Segretario generale a possibili dignitose trattative che rafforzassero la presenza sindacale contro il tentativo di trasformarne la funzione istituzionale in statalismo esclusivo.

Nel periodo che precede l’abolizione del sindacalismo libero, democratico e plurale, sotto il monopolio fascista, vi furono notevoli errori, non solo nella CIL, nella comprensione della natura del movimento fascista, fino a produrre come conseguenza nella coscienza degli organizzatori cattolici un processo autocritico.

In questo tramonto del sindacato CIL giocarono un ruolo non solo la pressione fascista, con l’equivoco del riconoscimento giuridico ai sindacati e l’istituzione di un sistema corporativo, ma anche il distacco e l’abbandono del mondo cattolico.

g. a. giugno 2018

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE(oltre le note a piè pagina)

Francesco Magri, Dal movimento sindacale cristiano al sindacalismo democratico, Editrice la Fiaccola, Milano, 1957

La Confederazione Italiana dei Lavoratori 1908-1926. Atti e documenti ufficiali, a cura di Angelo Robbiati, FrancoAngeli, Milano, 1981

Aa.Vv., Dalla prima democrazia cristiana al sindacalismo bianco. Studi e ricerche in occasione del centenario della nascita di Giovanni Battista Valente, Cinque Lune, Roma, 1983

Maurilio Guasco, Giovanni Battista Valente sulla storia del movimento sindacale cattolico in Italia, “Humanitas”, 33 (1978)

Aa.Vv., Il sindacalismo bianco tra guerra, dopoguerra e fascismo, a cura di Sergio Zaninelli, FrancoAngeli, Milano, 1982

Bollettino dell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, anno XVI (1981), 2