Pensioni: la rotta è un’altra*

A chi gli chiese un parere su quel “vestito d’Arlecchino” che è sempre stato il sistema pensionistico italiano, Peter Diamond replicò che i ponti devono progettarli gli ingegneri. Le cronache autorizzano a dubitare che la condizione sia sufficiente, ma nessuno vorrà negare che è almeno necessaria. Di ingegneri al lavoro sulle pensioni se ne vedono pochi. Anzi, la legislazione procede a tentoni sfornando interventi disordinati, perlopiù dimentichi della scelta contributiva compiuta 23 anni fa.

La “quota 100”, con cui il governo Conte voleva superare lo “scalone Fornero”, non era meno sbagliata della “quota 95” con cui il governo Prodi superò lo “scalone Maroni”. Infatti, la sostituzione unocontrouno che le quote ammettono fra età e anzianità contributiva (un anno in più dell’una compensa uno in meno dell’altra) è priva di fondamento ed estranea alla “filosofia contributiva” basata sulla libera scelta dell’età entro una fascia condivisa da tutti i lavoratori. Le età della fascia sono indifferenti perché un coefficiente di trasformazione inferiore è incaricato di compensare la superiore durata della pensione spettante a chi sceglie un’età più giovane. La restituzione dei contributi versati è comunque garantita.

Benché il governo resti affezionato al nome, il posto della quota 100 è stato ormai preso da un intervento sulla pensione d’anzianità, dopo il quale sarà possibile accedervi con uno dei seguenti requisiti contributivi: 1) 41 anni per i lavoratori “precoci”; 2) 42 e 3 mesi per le donne; 3) 43 e 3 mesi per gli uomini; 4) 38 per gli ultra 62enni.

Sebbene più articolata d’una volta, la pensione d’anzianità continua a premiare i lavoratori che hanno alle spalle carriere senza ritardi, buchi o lavoro nero, riservando loro più annualità di quelle dovute a chi deve aspettare l’età di vecchiaia. Ciò spiega perché i loro contributi ricevono rendimenti impliciti superiori, che pregiudicano la parità di trattamento e l’equilibrio finanziario del sistema a ripartizione. Iniqua e insostenibile adesso, la pensione d’anzianità diventerà inutile dopo l’avvento del sistema contributivo, quando cesserà d’essere un premio e, per averla, bisognerà “acquistarla” al prezzo di coefficienti di trasformazione più piccoli.

La flessibilità che occorre

Va dato atto che il pensionamento flessibile è necessario, ma con modi e per scopi del tutto diversi da quelli immaginati dal governo. Per spiegarli, occorre prima ricordare che ai “contributivi puri”, cioè i lavoratori assunti dopo il 1995, la riforma Fornero ebbe il merito di restituire la flessibilità originariamente prevista dalla riforma Dini (5765 anni d’età) e poi smarrita nel labirinto dei successivi provvedimenti. Tenuto conto dei progressi compiuti dalla longevità nel frattempo, la scelta ricadde sulla fascia d’età compresa fra il limite inferiore di 63 anni e quello superiore di 66, che, in forza di ulteriori progressi, diventeranno 64 e 67 dal prossimo gennaio. La flessibilità fu negata ai lavoratori assunti entro il 1995, tutti “misti” dal 2012, per i quali furono disegnati percorsi (distinti per categoria e genere) convergenti a un’età pensionabile unica di 67 anni nel 2019.

Fino a oggi, tale disparità è rimasta sulla carta per via della distanza che ancora separa i contributivi puri dalla pensione, ma in breve tempo comincerà a stridere il confronto fra chi può uscire a 64 anni, avendo cominciato a lavorare nel gennaio del 1996, e chi deve aspettarne 67 avendo cominciato il mese prima. Ai confronti di massa si arriverà negli ultimi anni trenta, quando a 64 anni d’età arriveranno le coorti che cominciarono a lavorare nel gennaio del 1996 a 2025 anni.

Non c’è altra via che estendere ai lavoratori misti il diritto di anticipare la pensione fino a 64 anni. Così facendo, l’Italia si unirebbe a tutti i paesi che hanno fatto la scelta contributiva, dove l’uniformità delle regole d’uscita è stata l’olio della transizione.

Come realizzarla

Nel lungo termine, l’anticipo della componente contributiva è a costo zero in forza dell’indifferenza delle età sopra ricordata. Anche la componente retributiva può essere anticipata senza oneri con una tecnica molto semplice: basta ridurla della stessa percentuale di cui l’anticipo aumenta la durata della pensione. Le due variazioni si compensano lasciando invariato il costo complessivo. Ciò non toglie che, nel medio termine, la spesa aumenti. Al suo contenimento gioverebbe il divieto di cumulare la pensione anticipata col reddito da lavoro.

L’estensione della flessibilità deve essere l’occasione per consolidarla. In particolare, lasciano perplessi i requisiti non anagrafici (anzianità e importo minimi) che umiliano i lavoratori più deboli forzandoli a proseguire l’attività fino a età avanzate. Tantomeno, è accettabile che il sistema pensionistico si appropri dei loro contributi.

Le circostanze in cui maturò il ‘decreto salva Italia’ suggerirono misure severe a effetto immediato, ma iniquità ed eccessi devono essere superati prima che si infrangano contro il muro dell’insostenibilità sociale.

La pensione d’anzianità

Il governo sceglie di rilanciare’ la pensione d’anzianità facilitandovi l’accesso dopo i 62 anni. In realtà, dovrebbe preoccuparsi dei privilegi che garantisce e quindi degli extracosti che addossa al sistema. Per contrastarli, occorre assoggettarla alla correzione proposta per l’anticipo della pensione di vecchiaia, cioè decurtarne la componente retributiva della stessa percentuale di cui la sua durata supera quella della pensione conseguita a 67 anni.

La maggioranza ha presentato un progetto di legge in tal senso limitandone l’applicazione alle pensioni d’anzianità che superano 90 mila euro annui lordi. La limitazione deve essere rimossa e la correzione riguardare tutte le pensioni d’anzianità a prescindere dall’importo.

 

*La voce, 12/10/2018