Qual è il confine di una diseguaglianza accettabile?

Il tema della disuguaglianza che anima il dibattito politico di ogni tempo è vecchio quanto l’uomo perché rientra nella questione ineludibile di quale sia la società giusta. Non esiste filosofo politico antico o recente, da Aristotele a John Rawls, che non si sia posto il problema di individuare le istituzioni e le regole in grado di gestire il fenomeno controverso – dal punto di vista antropologico – della distribuzione di parti ineguali fra soggetti eguali.

Questo dibattito culturale non è stato vano perché la politica, che ha cercato di realizzare concretamente gli ideali di giustizia, ha dovuto confrontarsi con la complessità e la vischiosità delle società nel regolare le differenze tra i cittadini. Un percorso critico che ha progressivamente ridotto le aspettative più radicali di egualitarismo, nella constatazione che la cancellazione d’imperio di alcune diseguaglianze ne produceva altre ancora più discriminanti.

Ci sono state rivoluzioni volte a sovvertire le organizzazioni sociali in nome di un egualitarismo assoluto (il collettivismo sovietico), ma i risultati hanno portato a un impoverimento generale, realizzando un “egualitarismo nella povertà”. Così come si sono verificate circostanze drammatiche – guerre, pestilenze –in cui la distruzione delle ricchezze accumulate ha portato a drastiche riduzioni delle diseguaglianze, che si sono però riprodotte con il ritorno alla crescita economica. Il giudizio della storia è che con la violenza non si crea una società di uguali.

Il dato di cui occorre tener conto è che le diseguaglianze sono insite nell’organizzazione di tutte le società, comprese quelle democratiche, perché il principio universale della divisione del lavoro comporta una rete di posizioni specialistiche poste in ordine gerarchico. La necessità di ogni società di coordinare le diverse attività in funzione di obiettivi comuni impone una redistribuzione del potere e delle responsabilità in cui il numero delle posizioni di comando sia di gran lunga inferiore a quelle subordinate.

Il problema delle disuguaglianze può essere così riformulato in vista dell’obiettivo più realistico di definire i confini di una diseguaglianza socialmente accettabile nei diversi stadi di sviluppo delle società. In tal senso può essere letto il percorso della storia, accelerato con l’avvento della società industriale, che ha creato le condizioni per un restringimento dei confini della diseguaglianza accettabile. Condizioni di costante crescita del reddito e di maggiore capacità dei cittadini di partecipare alla vita politica,

grazie soprattutto all’innalzamento del livello di istruzione di massa, hanno portato alla creazione di sistemi di welfare di Stato e alla legittimazione delle rappresentanze collettive degli interessi dei più deboli (per tutti, i Sindacati) con cui si è estesa la condivisione di un benessere più diffuso.

Questo percorso è ora interrotto dall’aprirsi di un nuovo ciclo economico post- industriale caratterizzato da una più radicale competizione globale dei mercati, dall’indebolimento dei tassi di crescita economica nei paesi più avanzati, dall’accelerazione del progresso scientifico-tecnologico e, ora, dalla pandemia in corso. Si sono prodotte nuove diseguaglianze fra i “vincenti” e i “perdenti” di questa partita che si è aperta e che ha messo in crisi le istituzioni e le regole con cui la società industriale ha posto sotto controllo il riemergere delle diseguaglianze.

I sistemi di welfare di Stato, prigionieri di un apparato politico-burocratico sindacale, non sono riuscite a impedire la nascita di nuove povertà. Nello stesso tempo, la frantumazione individualistica degli interessi ha provocato la crisi dei partiti di massa e un indebolimento delle rappresentanze collettive, ritardando una riprogrammazione dello Stato sociale in grado di ricomporre la frattura tra interessi protetti e non.

Si ripropone, ora, il problema di ricostruire i confini di una diseguaglianza accettabile in una società nella quale prevalgono gli interessi di una nuova “élite” governante: i capitalisti della finanza avvantaggiati dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale e le privative capitalistiche che accentrano i benefici delle nuove piattaforme tecnologiche. Categorie sociali che si stanno avvantaggiando di una concentrazione di poteri, di conoscenze e di ricchezza mai vista prima.

L’obiettivo di una eguaglianza accettabile riporta in campo il ruolo dello Stato attraverso un’offerta di beni pubblici che allarghino le opportunità di autorealizzazione dei cittadini sottraendoli alla dittatura della nascita. Salute, istruzione, istituti universali di sostegno ai redditi da lavoro, interventi mirati al contenimento delle nuove povertà sono i capitoli di un nuovo modello sociale inclusivo che la pandemia in atto ha riproposto. Ma nello stesso tempo occorre preservare un equilibrio fra investimenti produttivi e investimenti sociali per evitare che questi ultimi si esauriscano nel buco nero del debito pubblico.

C’è, poi, un’altra questione. La parità impersonale creata dall’accesso dei cittadini ai beni pubblici dello Stato non è di per sé produttrice di uguaglianza perchè intervengono le diverse capacità dei singoli nel differenziarne i risultati. Si ripropone il tema di gestire, in termini socialmente accettabili, le differenze sociali in funzione delle diverse competenze e dell’impegno personale. Il merito è il paradigma più largamente faccettato.

Ma il merito assume piena legittimazione nei sistemi sociali capaci di ottimizzare le opportunità e le risorse per la più ampia quota di cittadini evitando che la famiglia di appartenenza costituisca il veicolo di una trasmissione intergenerazionale dei vantaggi e svantaggi legati alla nascita. Per fare un esempio concreto: in una società basata sulle conoscenze, il merito tende ad essere associato al livello di istruzione e soprattutto a quell’istruzione di eccellenza riservato alle categorie sociali più ricche. Una società stratificata socialmente sul livello di istruzione esclude una importante quota di cittadini a cui è negata tale opportunità. Nello stesso tempo la stessa società presenta un grande bisogno di professionalità intermedie che presentano una combinazione di saperi e di abilità manuali. La pandemia ha messo in luce quanti nostri bisogni essenziali siano stati soddisfatti dalla molteplicità degli operatori di mercato e sanitari che hanno garantito la continuità dei servizi di approvvigionamento e di cura. A ciò va aggiunto la penuria di corsi professionalizzanti in grado di soddisfare la domanda di quadri intermedi specializzati che proviene dalle imprese. Il paradosso è quello di svalutare le competenze tecnico professionali mentre si celebrano le caratteristiche di un sistema produttivo che su tali competenze è fondato.

Il problema che si pone è quello di rimuovere i modelli mentali che hanno portato alla svalutazione dei vecchi mestieri tecnologicamente reinventati, e delle nuove figure professionali di un terziario alle prese con le opportunità offerta del digitale. La soluzione deve essere trovata ridando dignità ai percorsi di formazione tecnica professionale ricostruendo, per i portatori di queste culture, opportunità di promozione retributiva e sociale accanto alle opportunità fornite dal possesso di titoli scolastici. La conclusione è che il dibattito sulla società giusta non è destinato ad esaurirsi. L’uguaglianza accettabile è una costruzione culturale e politica, un progetto da condividere che non cancelli le differenze individuali ma che riduca le disparità delle condizioni iniziali di partenza.

 

*da Nota ISRIL n.9, 2021