Cambiate Relazioni Industriali e partnership con le Istituzioni

L’accordo siglato il 15 maggio tra Electrolux, sindacati e Istituzioni nazionali e regionali può senz’altro essere definito come “accordo storico e innovativo” e non mi stupirebbe se divenisse un modello di riferimento per le vertenze industriali, anche se, per qualche aspetto, ha la caratteristica di “Accordo difensivo” e di rilancio in una prospettiva temporale di medio-lungo periodo.

Qualcuno sostiene che non tutti i problemi sollevati dall’azienda in sede di analisi competitiva degli stabilimenti italiani (attivata nell’ottobre 2013) sono stati risolti, ma, e so di dire una cosa ovvia, è evidente che se un Accordo venisse siglato con il totale raggiungimento degli obiettivi di una delle parti, qualunque essa sia, per le altre si tratterebbe di una disfatta, generando una situazione che, prima o poi tornerebbe a manifestarsi esplosiva. 

E’ nella natura di ogni negoziato tendere a un compromesso. Il tema è la valutazione della qualità del compromesso, dell’oggetto della discussione, della composizione degli interessi in gioco e delle reciproche concessioni e risultati.

Per questo ritengo l’Accordo “storico e innovativo”.

Per la prima volta, infatti, le parti sociali hanno pienamente condiviso che le produzioni italiane di elettrodomestici e, più in generale, la nostra manifattura industriale sono caratterizzate da un significativo deficit competitivo. Per la prima volta nella discussione con i rappresentanti dei lavoratori il tema non è stato la pura contrapposizione di esigenze di profitto aziendale e tutela dei diritti dei lavoratori ma tutti gli attori sociali hanno concordato che il bene comune del lavoro industriale in Italia è sotto l’attacco di una competizione globale che contrappone, a qualità comparabile, costi di prodotto molto diversi. Il sistema manifatturiero italiano “labour intensive” è in sofferenza e la crisi delle nostre fabbriche ne è la prova.

Non solo, nello svolgimento dell’analisi del differenziale competitivo del costo del prodotto, che appesantisce sui mercati globali la nostra competitività, azienda e sindacato hanno sostanzialmente concordato che il costo del lavoro ne rappresenta il fattore primario specialmente in un settore qual è quello degli elettrodomestici.Un salto culturale fondamentale, che da anni promuoviamo (in un contesto fatto di mille distinguo e fantasiose ricette) ma che oggi è finalmente consapevolezza comune.

Il secondo punto che mi preme sottolineare è che, per la prima volta, il tema della pressione fiscale sul lavoro è diventato centrale nell’agenda di discussione. Il cuneo fiscale, per anni tema negletto e schernito come intoccabile, è diventato un problema condiviso da tutte le parti sociali, un argomento urgente per le politiche industriali di governi che puntino al rilancio della competitività manifatturiera. Dai convegni agli articoli dei più autorevoli commentatori economici è una voce unanime: bisogna ridurre l’imposizione fiscale e contributiva che appesantisce il costo del lavoro per il 50%, creando una patologica differenza tra ciò che l’azienda paga e ciò che il lavoratore vede in busta paga. 

Il tema del cuneo fiscale nel nostro Accordo, pertanto, non è stato un convitato di pietra silente, ma elemento fondamentale del confronto, un tema che ha coinvolto non solo il sindacato ma impegnato Governo e Regioni a risposte costruttive. 

Terzo, per la prima volta il Governo si è fatto parte attiva in modo significativo agendo sui temi della fiscalità in una prospettiva di sostegno all’occupazione e alle imprese. La decontribuzione degli oneri sociali del 35% in costanza di contratti di solidarietà inseriti in Accordi virtuosi che salvaguardano occupazione e assicurano investimenti, è oggi legge dello stato attingibile da Electrolux e da tutte le altre aziende che ne hanno o ne avranno i requisiti.

Questo, insieme alla riduzione, forse non sufficiente ma comunque significativa, dell’IRAP, per la prima volta ha fatto uscire la politica e i Ministeri  dal loro ruolo di pura mediazione e di “amplificazione mediatica” delle vertenze, per intervenire come parte in causa con provvedimenti concreti.

Su questa base culturale, completamente innovativa, si è costruito l’Accordo, nel quale ognuno può riconoscere una parte di positività e di contributo importante: i sindacati hanno ottenuto risultati significativi in termini di contenimento degli impatti occupazionali e salvaguardia delle produzioni; Electrolux ha potuto discutere e intervenire su temi molto “sensibili” in una dinamica sindacale, come, ad esempio, la riduzione dei permessi sindacali e il ritocco delle pause (a Porcia), oltre ad ottenere importanti risultati di efficienza e produttività; Ministeri e Regioni possono intestarsi un contributo importante alla soluzione positiva della vertenza attraverso la costruzione di misure a sostegno dell’impresa anche sul versante del costo del lavoro.

Quindi un eccellente accordo per tutti. 

Se mi è consentito un apprezzamento credo che si debba ringraziare il sindacato per aver accettato il terreno del confronto sui temi di costo del lavoro con spirito costruttivo e non ideologico e il Governo per aver accettato la sfida del cuneo fiscale con interventi concreti. Non erano temi facili da affrontare, ma per fortuna siamo stati capaci di farlo ognuno per la sua parte e in tempi adeguati.

Però, c’è un però, l’Accordo ha anche una natura “difensiva”, cioè non risolve tutti i problemi sul tappeto. 

L’intesa siglata è basata sull’uso di un ammortizzatore sociale, i contratti di solidarietà, con il loro corollario fondamentale: la decontribuzione. E’ un pilastro che non può essere definito strutturale, ma per la sua essenza temporanea e di ammortizzatore “congiunturale”. Ha impresso una svolta decisiva alla trattativa Electrolux, ma non risolve il problema di prospettiva della competitività delle produzioni italiane e di riduzione del costo del lavoro. 

Il rilancio della manifattura italiana ha bisogno di una politica industriale e di un approccio alle relazioni industriali più determinato e strutturale, le vecchie regole e i paradigmi ai quali siamo stati abituati da decenni di crescita oggi devono essere rivisti alla luce della più profonda recessione di mercato mai vista fin dagli anni 30 del secolo scorso. Una crisi che ha colto l’Italia impreparata e con un bisogno estremo di velocità e profondità di intervento. Abbiamo anni davanti a noi grazie agli accordi siglati che ci permettono di guardare con spirito costruttivo alla competizione di mercato del prossimo quadriennio, ma sono convinto che la discussione sulla politica industriale del paese, in uno con la prosecuzione del confronto con il sindacato sui temi strutturali tuttora aperti, debba continuare per far si che l’esemplarità dell’Accordo Electrolux costituisca uno stimolo importante per tutta la manifattura italiana.

Ora dobbiamo solo trasformare l’accordo in fatti, concentrandosi sull’implementazione dei piani industriali nei singoli stabilimenti del Gruppo, impegnandoci al massimo nel piano sociale che abbiamo identificato per ridurre al minimo i sacrifici per i nostri lavoratori e continuando sul percorso di discussione sui temi di competitività aperto con i lavoratori con al centro azioni strutturali di rilancio, nella prospettiva di migliorare ulteriormente le Relazioni sindacali anche alla luce delle dinamiche negoziali che hanno accompagnato e caratterizzato la stipula dell’Accordo.

Chiudo ricordando un amico e un maestro di vita e di Relazioni industriali, Michele Figurati, scomparso l’anno scorso, perché sono sicuro che avrebbe apprezzato i segni di cambiamento che l’Accordo Electrolux introduce nel sistema Italiano e la ferma determinazione, che ha caratterizzato un difficile negoziato, a raggiungere sempre, e a prescindere dalle difficoltà, la migliore soluzione per tutte le parti coinvolte. 

Il suo insegnamento e il ricordo della sua dolce saggezza mi sono stati indispensabili nel corso di tutta la trattativa.

 

 (*) Marco Mondini  Direttore Relazioni Industriali Gruppo Electrolux Italia