Appena usciti da un G20 abbastanza deludente, passati velocemente per un G4 inconcludente, ci avviamo ad un incontro dei Capi di Stato e di Governo europei tra le attese di decisioni epocali e le aspettative concrete di partorire il topolino.
Evidentemente la formula di questi incontri ( da G1 - quando gli stati straparlano da soli – a Gn ) mostra l’evidente difficoltà di contemperare gli interessi fortemente diversi delle parti in gioco.
Ma se è comprensibile in consessi mondiali ( dalla Cina che vuole mantenere inalterato il tasso di cambio dello yen, agli Stati Uniti ancorati alla difesa della loro supremazia economica e politica, fino ai Paesi emergenti che non intendono abbandonare le loro politiche aggressive ) risulta invece molto meno comprensibile l’inconcludenza degli incontri a livello europeo.
E risulta ancor meno giustificabile una pretesa suddivisione nel gruppo dei sostenitori della politica del rigore contrapposto a quelli fautori di una maggiore elasticità in caso di misure dedicate alla crescita e allo sviluppo.
Quasi che la visione teutonica impedisca di pensare a forme nuove di redazione dei bilanci degli Stati come se fossero sempre e comunque segno di debolezza e di allentamento di un controllo rigoroso della spesa.
Autorevoli economisti hanno già da tempo sottolineato che la contribuzione al bilancio annuale, e al deficit che ne deriverebbe, di investimenti a valore pluriennale, è ampiamente superata dai fatti e sarebbe come se un’impresa dovesse passare a costo in un dato anno l’acquisto di un qualunque bene che apporta la sua utilità magari per dieci anni.
Certamente, questo principio sacrosanto dell’esclusione degli investimenti produttivi pluriennali dalla formazione del bilancio annuale ( o almeno della sua imputazione per quota parte ) si scontra sia con le politiche di piccolo cabotaggio a livello nazionale che con la diffidenza degli Stati più virtuosi in materia di finanza pubblica.
Nel primo caso l’alternanza al Governo di formazioni politiche diverse non può prescindere dalla condivisione delle misure da prendere. Altrimenti ci troveremmo nella situazione in cui un governo si prende il merito di aver deciso determinate opere e quello successivo di veder limitata la propria operatività dal peso annuale che quell’investimento comporta. E partirebbe il solito giochetto reciproco di denigrare quello fatto dall’altro e di autogiustificarsi.
La diffidenza dei virtuosi è forse più giustificata dal fatto che in passato molti “trucchi” di bilancio hanno aperto la strada a crisi che sembrano irreversibili ( vedi Grecia ) e l’allentamento delle maglie potrebbe far passare per investimento qualcosa che non lo è.
Ma anche in questo basta mettersi d’accordo; occorre la definizione precisa di cosa possa essere escluso dal deficit di bilancio in base alle norme di contenimento della spesa ( ad esempio le grandi reti autostradali, ferroviarie e digitali ) e affidare il controllo ad uno o più organismi comunitari (sempre ad esempio BEI e BCE ).
La debolezza dell’euro in mancanza di politiche di sviluppo è ormai acclarata e le bacchettate di maestre e maestrini sembrano davvero fuori luogo; l’interesse è comune e sarebbe il caso di ricordare che l’aiuto a Paesi in difficoltà finanziarie non ci è del tutto estraneo, visto che l’abbiamo fatto per primi 500 anni fa ( Spagna, Francia, Germania, Inghilterra ricordate? ).
Ed a proposito di bacchettature, stanno diventando francamente insopportabili quelle che il presidente Obama continua giornalmente a propinarci.
Sarebbe il caso di ricordare al Presidente degli Stati Uniti ( ci ha provato timidamente solo Monti al G20 ) che la crisi mondiale nasce nella patria del liberalismo sfrenato e che le loro istituzioni finanziarie non solo hanno infettato il mondo, mettendo nella pancia delle banche europee titoli tossici, ma che sono anche protagonisti di una speculazione che gioca sporco con l’intreccio e l’evidente conflitto di interessi delle agenzia di rating.
Bene ha fatto la Cina a dotarsi di un’agenzia di rating nazionale ( Dagong ) che non a caso ha declassato il merito di credito sui T-bond americani da A+ ad A e forse sarebbe veramente il caso anche l’Europa pensasse concretamente di fare altrettanto.
Infine sul deficit di bilancio USA bisognerebbe aprire una parentesi su alcune informazioni che solo qualche agenzia indipendente ha evidenziato. Al contrario di quanto accade da noi ( in Italia ed in Europa in genere ) dove i dati includono l’intero perimetro di indebitamento e deficit locali (il debito totale delle amministrazioni pubbliche) negli Usa essi si riferiscono al solo debito e deficit federale.
Basterebbe sommare i dati federali con quelli dei singoli stati e delle amministrazioni periferiche (contee e comuni ) per passare nel rapporto Debito/ PIL dal 98% al 118% e nel rapporto tra deficit e PIL passare dal 9% al 16% .
Si potrebbe discutere a lungo sulla correttezza di una siffatta analisi, ma è del tutto evidente che i deficit locali se diventano insostenibili (come nel caso della Contea di Jefferson fallita in Alabama ) tendono ad essere trasferiti allo stato federale, che ad esempio eroga direttamente il sostegno alle famiglie in povertà ( come sempre nel caso citato è successo ai 200.000 dipendenti pubblici licenziati).
Insomma il mondo è pieno di tante parole e poche virtù, sarebbe il caso di rimboccarsi le maniche e fare i fatti.