NUMERO SPECIALE: Il caso Pomigliano è un eccezione o sarà la regola per il futuro?
Sono state spese molte e pesanti parole sull’accordo per la riqualificazione produttiva dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Non ci convincono né chi ha esultato, vedendolo come una svolta storica delle relazioni sindacali, né chi ha parlato di attentato a diritti indisponibili, di resa alla prepotenza della Fiat. Non sembrano esserci profili di incostituzionalità, specie nella tregua sindacale ipotizzata e il tempo vero per capire se, in deroga al contratto nazionale, si sono abbassate le tutele sulle condizioni dei lavoratori, verrà quando la fabbrica sarà effettivamente ristrutturata, quando la si conoscerà concretamente.
Si può dire che è un accordo di scambio certamente significativo tra un’azienda che investe molti quattrini in tecnologia e i sindacati firmatari che, per difendere l’occupazione, ridisegnano le modalità del lavoro (turnistica), le condizioni di lavoro (stretta sulla malattia), il loro ruolo nel lavoro ( indizione degli scioperi, sanzioni, commissione di conciliazione). Lo scambio è iniquo? La divisione fra i sindacati amplifica questa domanda; ma, ripeto, soltanto quando sarà concreta la realtà aziendale, potremo capire se c’è stato un salto nel buio di chi ha firmato quell’accordo o c’è stato un eccesso di conservatorismo da parte di chi non ha firmato.
Più rilevante è sottolineare che in quell’intesa c’è una duplice conferma: che da questa crisi il sistema produttivo esce diverso da come era entrato e che questa mutazione avverrà sempre in un contesto di globalizzazione. Questa è l’unica certezza che, nel rimescolamento delle carte, sia l’economia, sia la politica non mettono in discussione. La tendenza è ancora più marcata per il settore dell’auto, permanentemente in surplus produttivo a scala mondiale e per di più alle prese con la prospettiva di fare il grande salto verso l’ automobile elettrica.
La globalizzazione se non può essere usata come una clava per imporre peggioramenti della condizione di lavoro, non può essere neanche considerata una variabile come le altre. Ha una valenza in più: mette a confronto il mondo, senza consentire ai singoli operatori di ricorrere agli aiuti di Stato e a tutele normative locali. Di conseguenza, tutti i protagonisti non possono che prenderla sul serio, non devono considerarla un fenomeno congiunturale e quindi farebbero bene a darsi da fare per trovare le soluzioni, anche innovative e finanche le più ardite, per non regredire sulle posizioni economiche e sociali più marginali e inaccettabili.
Nel caso di Pomigliano, non tutti i protagonisti si sono mossi con le stesse sensibilità; anzi, al dunque, le gerarchie valoriali, si è visto, non sono state omogenee. Questo ha prodotto una divaricazione di comportamenti e di giudizi che segnano la distanza che ancora c’è nel nostro Paese tra le questioni poste dalla globalizzazione e la capacità di risposta che i protagonisti istituzionali e sociali sono in grado di fornire.
In tutto questo frastuono, i lavoratori chiamati, alla fin fine, a decidere del proprio destino e di quello dello stabilimento si sono comportati al meglio. C’è stata una solida maggioranza che ha consentito alla Fiat di confermare l’investimento per la produzione della Panda ma c’è anche una significativa minoranza che obbligherà la Fiat ad essere rigorosa nell’applicazione delle promesse contenute nell’accordo.
Se la Fiat vorrà veramente conquistare il consenso di tutti i lavoratori in quella che, come ha scritto Marchionne ai suoi dipendenti italiani “è una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde”, per cui “ il vero obiettivo del progetto è colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro”, dovrà fare quello che finora non ha fatto.
Dovrà coinvolgere sempre di più il sindacato nelle scelte strategiche, farlo partecipare effettivamente all’evoluzione del riassetto delle produzioni e semmai pretendere da questo una fitta partecipazione dei lavoratori nella conoscenza dei cambiamenti in atto. Anche i più riottosi devono essere messi nelle condizioni di conoscere le prospettive verso cui si va. Bisogna colmare questo gap di coinvolgimento costante e sistemico, per non giocare sempre la carta dell’emergenza o quella del “fare a fidarsi”. Il primato deve andare allo spirito concertativo.
Non c’è bisogno di aprire le porte del Consiglio di Amministrazione, come si è fatto in Chrysler con l’ UAW. Lì il sindacato ha scommesso i soldi del Fondo pensione. Ma più di tutto ha messo ben in evidenza la sua consapevolezza della crisi esistenziale dell’auto statunitense e la voglia di sporcarsi le mani per cooperare alla buona riuscita dell’impresa che la Fiat ha scelto di compiere. In Italia, la Fiat deve fare la stessa cosa: coinvolgere ai livelli più alti il sindacato per mettere tutte le carte in tavola e per non dare alibi a nessuno sulla posta in gioco.
La Commissione prevista dall’intesa non basta. Ci vorrebbe un vero e proprio Comitato strategico tra le parti sociali per trasformare una sfida, una scommessa in un successo. Non è pensabile che ci possa essere un sindacato che si sottragga a questo coinvolgimento; come non è pensabile che il funzionamento del Comitato possa essere condizionato da diritti di veto. E’ pensabile piuttosto che da quella postazione le ragioni dell’economicità trovino il giusto equilibrio con le ragioni della socialità, esercizio sempre più complesso in un mondo dove i margini di produttività e di redditività, soprattutto per le attività produttive, sono obiettivamente risicati. Ma soltanto così, si potranno conciliare esigenze e pretese , in partenza, contrastanti.
Un’ultima chiosa. Quest’accordo è sindacale, sindacale. Lo hanno voluto così le parti sociali e soprattutto la Fiat. La politica si è tenuta alla larga volentieri e quando è intervenuta, a cose fatte, ha dimostrato pochezza propositiva. Infatti, il Governo, acquisito che la Fiat si impegnava a chiudere soltanto Termini Imerese, si è sostanzialmente disinteressato sia delle sorti del settore (cancellando anche gli incentivi che altri Paesi stanno elargendo senza riserve) sia del prosieguo della vicenda sindacale. A loro volta, le forze che lo sostengono hanno applaudito all’accordo, forse con un entusiasmo che ha insospettito e forse indispettito più di un lavoratore votante.
I partiti dell’opposizione non hanno saputo cogliere l’occasione per una indicazione politica autonoma. Al meglio, si sono trincerati dietro un consenso tiepido, condensato nella formula “è un evento eccezionale, non ripetibile”. Eppure l’elaborazione culturale e propositiva, almeno del maggior partito dell’opposizione, è più avanzata. Evidentemente, le ragioni tattiche hanno avuto la meglio su quelle strategiche; ma in questo modo si reitera un neutralismo, in particolar modo rispetto alle divergenze sindacali, che non soddisfa nessuno delle parti in causa, ma soprattutto appanna la propria identità.
E’ mancata la politica, in questa vicenda tanto carica di politicità. Il riassetto del sistema economico italiano non è questione alla quale si debba soltanto assistere e prenderne atto. E’ questione che merita anche un “accompagnamento”, sebbene senza dirigismi e forzature; sia per quanto riguarda la qualità delle attività che si imporranno nella crisi, sia per quanto attiene alle condizioni economiche e sociali che comporterà quella sopravvivenza. Anche questo vuoto andrebbe colmato.