Lo scorso 26 ottobre è stato presentato il Dossier Immigrazione 2010, oramai atteso rapporto annuale curato da Caritas e Migrantes e giunto alla XX edizione. Da alcuni anni il Dossier rappresenta una delle principali fonti informative sul tema, che propone una interessante raccolta organica dei dati statistici disponibili cui si accompagnano riflessioni e analisi d’insieme apprezzabili per il profilo metodologico e per le tematiche sottoposte al dibattito pubblico. Questa base informativa aiuta a mettere a fuoco un fenomeno dai tratti spesso incerti, difficilmente valutabile da un punto di vista scientifico – per l’informalità e/o l’irregolarità diffusa nei percorsi migratori – e spesso male approcciato da un punto di vista politico – si pensi all’ampia diffusione di preconcetti e/o analisi improvvisate – ma oramai fondamentale per l’evoluzione demografica, sociale ed economica del Paese e centrale nell’esperienza quotidiana degli italiani.
Che l’Italia sia un Paese di immigrazione è oramai assodato (Pugliese 2006), e i dati complessivi sulle presenze lo confermano: secondo la stima del Dossier, gli stranieri residenti in Italia sono 4 milioni e 919 mila (Dossier, p. 107), con un aumento di circa 3 milioni di unità nel corso dell’ultimo decennio, durante il quale la presenza straniera è triplicata. Di questi, poco più di 3.7 mln proviene da Paesi extra-Ue; un dato che pone l’Italia al quarto posto in Europa, dopo Germania (7.1 mln), Spagna (5.4 mln) e Gran Bretagna (4.3 mln). I fattori che attraggono i migranti verso l’Italia restano prevalentemente collegati all’inserimento lavorativo, ma anche – e più recentemente – a una crescita dei ricongiungimenti familiari, indicatore di un certo grado di stabilizzazione dei percorsi migratori (Golini 2006), ma anche veicolo per una crescente femminilizzazione del fenomeno.
Si tratta tuttavia di una stabilizzazione non uniforme, e tutt’altro che svincolata da problemi di integrazione sociale e lavorativa, considerato che l’impatto della recessione si è fatto sentire anche per la componente immigrata. Nel 2009 il tasso di occupazione degli stranieri è diminuito di circa 2.6 punti (64.5% rispetto al 67.1% del 2008), mentre è salito il tasso di disoccupazione (12.6% rispetto all’8.5% del 2008). Cifre che dimostrano come sia più difficile mantenere o trovare un impiego anche per chi si trova già in Italia. Fanno eccezione i settori scarsamente qualificati, nei quali resta alta la richiesta di manodopera immigrata: i tassi di occupazione straniera crescono in agricoltura (8.7%), nel settore turistico (10.3%) e nei servizi alle famiglie (12.8%). E proprio in merito a quest’ultimo settore, che coinvolge nella stragrande maggioranza dei casi la componente femminile immigrata, si vuole centrare l’attenzione in questa sede.
Nelle riflessioni del Dossier, le donne sono il motore della trasformazione: “Se nulla ha cambiato la società italiana degli ultimi trenta anni come la realtà dell’immigrazione, nulla sta cambiando l’immigrazione come la presenza femminile al suo interno” (Dossier, p. 118). Le immigrate sono oramai il 51.3% degli stranieri residenti (2.7 mln), ma trattasi di un rapporto di genere solo apparentemente equilibrato, con forti disomogeneità a seconda delle nazionalità di provenienza. Semplificando, persistono da un lato collettività a prevalenza maschile (es. maghrebini, arabi ecc.), in cui all’arrivo dei maschi seguono percorsi di ricongiungimento familiare; dall’altro, collettività a prevalenza femminile (es. Est europeo e Sudamerica), nelle quali il ricorso ai ricongiungimenti è pur presente, ma resta di portata minore.
Nel primo caso, le donne che raggiungono i parenti in Italia si dedicano prevalentemente alla cura della famiglia; nel secondo caso, le donne che arrivano sole occupano prevalentemente – spesso “a nero” e sottopagate – il comparto dell’assistenza familiare (badanti e domestiche) e quello ristorativo/alberghiero, diventando la principale fonte di sostentamento economico delle famiglie in patria (ibid., p. 120). Come noto, nel 2009 il settore delle collaborazioni domestiche è stato interessato da un provvedimento di regolarizzazione che ha fatto emergere quasi 300 mila posizioni irregolari (294 mila domande a fronte di circa 350 mila moduli scaricati); un dato che, seppure distorto e al di sotto delle aspettative, avvalora il ruolo ricoperto dalle immigrate in questo mercato cruciale nel soddisfare uno specifico fabbisogno delle famiglie italiane: quello di assistenza sociosanitaria a minori, anziani e disabili. Di converso, si stabilizza una presenza immigrata femminile, socialmente definita per provenienza, qualifiche professionali e percorsi familiari e connotata da fabbisogni specifici e urgenti.
Le riflessioni che possono essere portate su questo ambito fanno riferimento a quattro dimensioni del problema, che come si vedrà a loro volta producono altrettanti paradossi: a) l’approccio italiano alle politiche migratorie, da sempre centrato sul susseguirsi di sanatorie (anche) per le collaborazioni domestiche, tende a favorire piuttosto che a eliminare le posizioni irregolari e “in nero”; b) i fabbisogni sociali delle famiglie italiane, connessi alle dinamiche demografiche – invecchiamento della popolazione – ma anche e in maniera crescente alla domanda di servizi di conciliazione per le italiane lavoratrici viene istituzionalmente delegato alle straniere lavoratrici; c) le politiche di welfare state, che sempre più affidano all’autonomia delle famiglie la responsabilità di soddisfare questi fabbisogni tramite l’acquisto privato di servizi alla persona, favorisce la precarizzazione delle collaboratrici e la de-qualificazione di questi servizi; d) infine, e su tutto, il ruolo del servizio familiare configura una nicchia etnica e di genere, sede certo per un percorso di riconoscimento e integrazione socio-lavorativa delle immigrate, ma anche fucina di nuovi fabbisogni e altrettante forme di discriminazione.
Quella del settembre 2009 è la sesta sanatoria in 22 anni: la prima nel 1986, cui seguono la Legge Martelli del 1990, il Decreto Dini del 1995 e la procedura d’emersione interna alla Turco-Napolitano del 1998. Nel 2002 si ha la cd. “grande regolarizzazione” con la Bossi-Fini e, nel 2009, la cd. “regolarizzazione selettiva” interna al “pacchetto sicurezza” (L. n. 94 del 2009). Il carattere selettivo di quest’ultimo provvedimento è riscontrabile su almeno due fronti. Da un lato, come già argomentato in questa newsletter (vedi n. 27 del 2009), sanare solo i lavoratori immigrati a servizio delle famiglie tende a considerare lo stesso comportamento penalmente rilevante a seconda che venga attuato in settori differenti. Con la 94/09 e l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, infatti, sono state “sanate” le posizioni di migliaia di datori di lavoro (le famiglie) lasciando tutti gli altri in condizioni penalmente perseguibili. Ciononostante, ed è il secondo aspetto di selettività, la macchinosità e i costi conseguenti alla regolarizzazione – applicazione di un contratto nazionale, pagamento di € 500 forfettarie ecc. – unitamente all’assenza di un obbligo di regolarizzazione, ha spinto gran parte dei nuclei familiari a proseguire nell’irregolarità, e il fenomeno tende rimanere sommerso: anche dopo la sanatoria, ancora 2 addetti su 5 (39.8% del totale) lavorano completamente in nero. Questa circostanza conduce a un primo paradosso: una politica migratoria via sanatorie tende a regolarizzare lavoratori di altri comparti e non a fungere da strumento di tutela per le impiegate nelle famiglie. In concreto, buona parte delle domande di regolarizzazione non si riferisce a lavoratori effettivamente attivi nel comparto domestico, ma funge da veicolo di emersione per altri stranieri già presenti in Italia; la persistenza nella clandestinità contribuisce ad accrescere la condizione di disagio delle donne impiegate nei servizi alle famiglie, che restano escluse dai vantaggi derivanti da un regolare inserimento lavorativo.
Ne consegue che le cifre registrate a seguito del provvedimento risultano fuorvianti, e minano ancora di più la possibilità di comprendere il fenomeno. In effetti, le stime su quante siano le collaboratrici familiari nel nostro Paese restano disparate. Per fare degli esempi: i dati Inail al dicembre 2010 parlano di 394.150 stranieri occupati in attività in famiglie, ma già i dati Inps al dicembre 2007 arrivavano a 479.133, il 77.5% di tutti gli addetti del settore (618.032). Ma ancora, altri studi dedicati, come quello dell’IRS del novembre 2008, stimavano in 774.000 le assistenti familiari, di cui 700.000 straniere.
Seppure discordanti, questi dati confermano un fenomeno: l’inserimento delle straniere nel mercato del lavoro italiano risulta fondamentale per rispondere al diffuso fabbisogno di assistenza familiare che, come anticipato, si delinea in tendenziale aumento. In primo luogo per le dinamiche demografiche che, in linea con quanto registrabile in altri Paesi a capitalismo avanzato, mostrano in Italia un progressivo invecchiamento della popolazione, causato dal calo della natalità congiunto all’aumento della vita media. Questo problema fa lievitare la domanda di prestazioni dedicate (sociali, sanitarie ecc.). Al dicembre 2009, un quinto degli italiani ha più di 65 anni (20.3%), che l’Istat stima con aumenti preoccupanti (22.1% al 2020; 26.1% al 2030; 31.3% al 2040 e 33% al 2050). In questo quadro, l’indice di dipendenza degli anziani (% di popolazione con oltre 65 anni sulla popolazione in età 15-64), è pari al 30.1% per il 2010, ma si stima giungere al 55.08 al 2040 (Demo Istat 2010). Come dire, la minoranza degli italiani avrà a carico più della metà della popolazione anziana.
A queste tendenze si aggiungono i mutamenti in atto all’interno dei ruoli familiari: l’accresciuta partecipazione femminile al mercato del lavoro si accompagna sia all’aumento della disoccupazione maschile, sia a una ridefinizione dei rapporti di genere. Ciò si traduce in una nuova domanda di servizi, prima fra tutti quella relativa alla conciliazione tra gli impegni familiari e le esigenze professionali. Come noto, si tratta di una questione ancora aperta nel mercato del lavoro italiano, dove nel complesso la partecipazione delle donne, che continuano a sostenere il “doppio carico” dei compiti di lavoro e di cura di minori, anziani e disabili, pur accresciuta, resta inferiore rispetto a quella degli altri Paesi (46.4% contro il 68% degli uomini). Anche per le occupate, tuttavia, la ineguale distribuzione degli impegni domestici è il principale fattore di segregazione nel mondo del lavoro, e al tempo stesso è anche la causa del basso indice di natalità, due gravi fattori di arretratezza del nostro Paese rispetto a molti partner europei (Del Boca e Saraceno 2005; Saraceno 2003). Questo fenomeno è aggravato dalla carenza di servizi primari di cura come gli asili nido – che in Italia coprono meno del 10% della popolazione infantile – e di un sistema efficiente di servizi domiciliari per anziani e disabili. In questo quadro, l’acquisto di prestazioni esterne, private e sovente “a nero”, consente l’alleggerimento di alcuni compiti di cura che, alla luce dei dati sulle migrazioni, appaiono massicciamente delegati alle donne immigrate. Questo aspetto conduce a un secondo paradosso: il processo di affrancamento dai compiti di cura da parte delle italiane, e nel contempo il necessario mantenimento della loro presenza nel mercato del lavoro, senza una chiara funzione pubblica di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, trova un indispensabile sostegno nello sfruttamento della manodopera delle donne immigrate.
Eppure trattasi di un paradosso che, se inserito nei recenti orientamenti del welfare italiano, forse tanto paradosso non è. Come già osservato in questa newsletter (v. n. 24 del 2009), i propositi del recente Libro Bianco del Welfare spingono ancor più le famiglie ad attivarsi verso il libero acquisto nel “mercato dei servizi”, lasciando loro un ampio margine di scelta e – di conseguenza – attivando forme di concorrenza tra servizi di cura competitivi e flessibili. Lo stesso discorso è adottato anche per il “mercato” delle collaborazioni domestiche, poiché il“fenomeno delle badanti [è] cresciuto dal basso, come richiesta delle famiglie – non solo e non tanto a causa di carenze di strutture pubbliche, ma per l’esigenza di un servizio flessibile, più a misura di famiglia, controllato e gestito direttamente dai parenti”(Libro Bianco 2009, p. 51). Ma, allo stato attuale, l’attività domestica in Italia non presenta di certo le caratteristiche tali da divenire un mercato dei servizi come vorrebbe il Libro Bianco; l’assistenza familiare si svolge in luoghi “invisibili” all’esterno, con famiglie che si ritrovano a essere datori di lavoro senza spesso cogliere le responsabilità che questo ruolo implica, e con collaboratrici immigrate, che spesso non parlano italiano e quasi sempre sono impreparate a orientarsi nel grande magma delle regolamentazioni legislative (Censis 2009, p. 88).
Pertanto, lasciando questo mercato sotto il controllo diretto delle famiglie, in condizioni di deregolazione e soprattutto di trasferimenti e sostegni, era quanto mai logico prospettare che l’irregolarità avrebbe rappresentato la condizione strutturale del lavoro domestico. Ed è quanto accade. A oggi, su cento ore di lavoro, sono soltanto 42.4 quelle per cui vengono effettivamente versati i contributi; ciò significa che quasi 6 ore di lavoro su dieci risultano prive di qualsiasi forma di copertura previdenziale, e dunque che più della metà del lavoro svolto avviene al di fuori del quadro di regole, tutele e garanzie previste dalla legge (Censis 2010, p. 17). E qui si giunge a un terzo paradosso: con un approccio di welfare in stile neoliberista, che rende minimo l’intervento nelle politiche sociali e individua nella mano invisibile del mercato la principale funzione regolatrice del settore, appare inverosimile ma è proprio “la domanda di lavoro espressa dalle famiglie [a rappresentare] il motore primario dell’immigrazione irregolare” in Italia (Ambrosini 2010).
In questo contesto di difficoltà e irregolarità, quali sono le condizioni di riconoscimento, integrazione e fabbisogno delle “nuove italiane”? Si tratta di problematiche urgenti, che spingono a una rivisitazione complessiva dei parametri di genere e delle stesse politiche di pari opportunità del Paese.
Al di là delle condizioni precarie proprie di un lavoro irregolare – retribuzione, sicurezza, orari, diritti ecc. – il massiccio ingresso nel settore dell’assistenza familiare sta di certo rappresentando anzitutto una fonte di reddito per le straniere; non a caso, già da anni si parla di sevizio domestico come “nicchia etnica” (Ambrosini 2002), che apre un percorso di integrazione ma che, allo stesso tempo, è il risultato e la causa di una “doppia discriminazione”: quella di genere (essere donna); quella di nazionalità (essere immigrata). In primo luogo, anche l’esperienza migratoria sembra contemporaneamente essere informata della dimensione di genere, e le traiettorie occupazionali delle straniere sembrano replicare – al ribasso – quanto accaduto alle italiane all’incirca negli ultimi quattro decenni.
Sin dalla “esplosiva emancipazione della donna” italiana degli anni Settanta (Accornero 1986), che diede avvio all’ingresso massiccio delle italiane nel mercato del lavoro, era chiara la sostanziale concentrazione in quei settori in cui il lavoro femminile appariva più legittimato: “Il mercato del lavoro si andava dividendo tra lavori tradizionalmente femminili, dove le donne immettevano nel mercato quelle capacità riprodotte per habitus nella famiglia o nei luoghi sociali esterni al mondo economico, e lavori tradizionalmente maschili” (Giannini 2004, p. 227). Il fatto che quasi meccanicamente le immigrate finiscano per svolgere compiti di cura rientra in questo quadro. Ne consegue il perdurare di una svalutazione dei lavori “femminili” che, nel caso delle collaboratrici familiari, è aggravato dalla loro condizione di migranti. In altre parole, la crescente delega di parte dei compiti di cura alle straniere, in condizioni contrattuali pessime, propone una preoccupante gerarchizzazione tutta interna al femminile che, sulla base della nazionalità, tende a dequalificare ulteriormente un settore che è ben lungi dal rappresentare un veicolo di emancipazione per le immigrate.
Si giunge in questo modo a un ultimo paradosso: questa doppia discriminazione comporta una conseguenza di non poco conto per il funzionamento stesso del sistema di servizi di assistenza alle famiglie italiane. Se le capacità reali indispensabili all’espletamento del lavoro di cura non vengono riconosciute come competenze professionali, ma come capacità ascritte all’indole femminile nella famiglia, si pongono serie disfunzioni nel nostro sistema di welfare in termini di qualità delle prestazioni. Da un lato, la tendenza a disperdere le qualifiche e/o le professionalità che spesso compongono il bagaglio esperienziale delle immigrate, quasi mai riconosciuto in termini contrattuali, spreca importanti risorse umane in entrata. Dall’altro, ritenere che i lavori di cura non necessitino di specifiche competenze professionali ma solo di qualità etiche in qualche modo “femminili” – relazionalità, generosità, altruismo ecc. – inficia la qualità del sistema di servizi alla persona, cambia le dinamiche delle politiche socio assistenziali e il loro disegno strategico, riproduce una relazione esclusiva per l’utente, spesso isolante dal contesto e dai servizi.
In conclusione, dalle considerazioni portate sinora sembra apparire un chiaro orientamento di policy: colmare la vacatio regolativa del settore, tanto dal lato dell’offerta di servizi – le badanti/immigrate – quanto dal lato della domanda – le famiglie/datori di lavoro. Sebbene il che fare resti vincolato a un dibattito più ampio, che richiederebbe molto più spazio per la valutazione delle numerose alternative, si può in questa sede proporre almeno una impostazione mediana, o di quasi mercato, che da un lato sostenga la spesa delle famiglie – tramite trasferimenti monetari – e dall’altro ne racchiuda la spendibilità a un mercato protetto, vincolato da parametri di qualità, e composto da collaboratrici regolarizzate e professionali. Semplificando, dal lato della domanda, appare necessario sottrarre le lavoratrici straniere dalla mercificazione privatistica, che come è emerso genera irregolarità diffuse, risparmio sui costi e sui livelli di qualità dei servizi e del lavoro. In questo sarebbe utile un intervento concentrato non tanto su formule emergenziali (provvedimenti di sanatoria) o repressive (aumento delle ispezioni), quanto sul potenziamento di un sistema integrato di trasferimenti di risorse vincolate alle famiglie. Una soluzione che è già presente nel nostro sistema normativo, applicando al settore delle collaborazioni domestiche le indicazioni dell’art. 17 della Legge Quadro 328/2000, che individua il trasferimento di risorse pubbliche tramite voucher per i servizi alla persona il cui utilizzo è vincolato all’acquisto di specifiche prestazioni erogate da soggetti accreditati.
Simmetricamente, dal lato dell’offerta, si potrebbe avviare un serio percorso di riconoscimento e qualificazione delle assistenti familiari immigrate, attraverso la creazione di elenchi e/o database di “autorizzate”, il cui accesso sarebbe legato al possesso di requisiti minimi, ma la cui permanenza permetterebbe di tutelare i diritti delle lavoratrici e di inserirle in percorsi di formazione e aggiornamento permanente che valorizzino la componente professionale del servizio alla persona.
Al di là dei benefici diretti per la qualificazione del nostro sistema di assistenza familiare, questi interventi risulterebbero funzionali all’avvio di un opportuno percorso di riconoscimento e integrazione socio-lavorativa delle migliaia di donne che investono i propri percorsi migratori al servizio delle famiglie italiane.
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(*) Sociologo presso il Dipartimento di Sociologia di Napoli (Federico II) e collaboratore dell'Area Inclusione Sociale di Italia Lavoro S.p.A.. Dal 2005 collabora con l'Associazione Nuovi Lavori in qualità di ricercatore.