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Newsletter n.110 del 07/05/2013
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Editoriale

Meglio una ''road map'' che una mezza riforma del mercato del lavoro


Il compromesso che finora ha retto le regole del mercato del lavoro è stato quello che vi fosse una sostanziosa flessibilità in entrata – a favore delle aziende e della Pubblica Amministrazione – ed una corposa rigidità in uscita – a favore dei lavoratori – con in mezzo lo Stato prolifico nel produrre leggi, ma tirchio nel mettere a disposizione risorse e organizzazione, sia per un buon funzionamento dell’orientamento e della mobilità del lavoro e sia per indennizzare adeguatamente chi perde il lavoro.

Il risultato di tutto ciò non è più soddisfacente. In entrata, la flessibilità – soprattutto nei servizi privati e pubblici – si è spesso trasformata in precarietà; le vittime consapevoli ma impotenti sono stati i giovani, per la maggior parte incanalati al lavoro attraverso uno dei 43 contratti a tempo determinato che nel frattempo la legislazione ha accumulato, nella vana speranza di creare, per questa via, più lavoro. Non ci sono analisi approfondite al riguardo, ma è fondato il sospetto  che questa flessibilità – avendo un costo del lavoro basso e una agevole possibilità di interrompere la prestazione – sia stata  concausa importante della scarsa crescita della produttività del sistema produttivo nell’ultimo decennio.

In uscita, come si sa, l’attenuazione del rischio di licenziamento, appena si affaccia una crisi, è stata realizzata ricorrendo alla Cassa Integrazione Guadagni, sia ordinaria che straordinaria. Ad essa, il Governo Berlusconi ha aggiunto una CIG provvisoria (detta in deroga e finanziata aleatoriamente) per tutti i lavoratori sprovvisti di qualche forma di tutela del reddito. A questo schema, in parte mutualistico, in parte pubblicistico si deve aggiungere l’articolo 18. Il punto di debolezza dell’insieme di questo assetto è che la maggior parte delle aziende lo considerano l’anticamera del licenziamento, mentre il sindacato il limbo per il rientro al lavoro. Poco finora si è fatto concretamente per riempire il tempo di inattività con politiche attive del lavoro, facendo sentire al lavoratore, che incappa nella tenaglia tra anticamera e limbo, che c’è qualcuno che si occupa del suo futuro.

Fornero sembra che vada d’accordo con le parti sociali sulla questione del superamento della precarietà, rafforzando le convenienze dell’apprendistato (tutti si sono accorti che il contratto unico di ingresso c’era già) e indebolendo contemporaneamente le convenienze di altre forme contrattuali flessibili; queste,  finora hanno minato la possibilità di incanalare i giovani verso il lavoro, utilizzando soltanto  l’apprendistato.  Se così fosse, si tratterebbe di un vero successo per quanti hanno lottato per assicurare ai giovani un percorso lineare e non tortuoso verso la stabilità lavorativa. Ma soprattutto si irrobustirebbero le prospettive di un miglioramento della qualità del lavoro e di conseguenza della sua produttività.

Fornero, però, non sembra raccogliere – sebbene con motivazioni differenziate – altrettanti consensi sul tema dell’eliminazione delle rigidità in uscita. Vorrebbe una riforma che universalizzasse le tutele in caso di crisi,  che fosse la mutualità collettiva a farsene carico e che di conseguenza fosse superato l’assetto attuale di tutele. Articolo 18, compreso (anche se non lo ha mai detto, ma è una logica conseguenza). Gli imprenditori non vogliono costi aggiuntivi in questa fase e i sindacati non vogliono che i lavoratori fossero mandati allo sbaraglio. Tutti sospettosi, anche se nessuno vuole far saltare il tavolo. Ma ciascun protagonista sa che ”tutto si tiene” e che bisognerà trovare una soluzione complessiva, per far quadrare i conti anche con l’Europa.

L’obiettivo del Ministro del Welfare non è insensato. Chi perde il lavoro va tutelato adeguatamente, indipendentemente se sta in un settore o in un altro, se deve lasciare un’azienda grande o piccola, se è qualificato oppure no. Peccato che non sia immediatamente attuabile. Non ci sono le risorse (né private e né pubbliche) per finanziare un cambiamento del genere, ma soprattutto non ci sono le strutture che consentono di fare, credibilmente, da tutor ai lavoratori che devono riqualificarsi e trovare un nuovo lavoro. Con la consapevolezza di questi limiti, ciascuno si tiene stretto ciò che ha a disposizione, anche se è inadeguato.

Fornero, però, una possibilità ce l’ha ed è quella di innestare sull’attuale assetto, imperniato attorno alla CIG,  un progetto a vasto raggio di incentivazione dei contratti di solidarietà, qualora la prospettiva fosse quella del possibile reimpiego dei lavoratori in esubero temporaneo e del tutoraggio privato/ pubblico di quelli che devono necessariamente trovare un nuovo lavoro. Nel primo caso, si tratterebbe di contribuire a finanziare una riduzione degli orari di lavoro per ripartire  su più persone l’attività che non è a pieno regime. Nel secondo caso, si avvierebbe una politica attiva del lavoro molto personalizzata e orientata in modo che si formi quel senso di fiducia nella capacità e possibilità di cambiamento, finora mai sperimentato. Con un sistema di tutele così collaudato, in prospettiva, quando la crisi sarà meno mordente, si potrà dare l’abbrivio ad un sistema unico di protezione del reddito e della condizione dei senza lavoro.

Il tutto e subito non si può pretendere. Decidere ora per allora (fra un certo numero di anni) come ci si comporterà, può trasformarsi in un  puro esercizio previsionale. Meglio definire una “road map” che individua ciò che si può realizzare subito, stabilisce quanto è fattibile nel medio periodo e     impegna Governo e parti sociali a completare il disegno riformatore entro un lasso di tempo che si incroci con la possibile ripresa dell’economia. Per far questo, il consenso non è un’optional. E’ un valore aggiunto, che va costruito con senso di responsabilità e visione prospettica. E’ vero, il Governo e il Parlamento sono quelli che in definitiva devono prendere le decisioni finali. Ma una cosa è che lo facciano con un largo consenso sociale; un’altra che questo non ci sia. Nel 92 – con una crisi esiziale ma forse meno complessa di questa – fu il consenso sociale a dare credibilità all’azione del Governo e ci guadagnarono tutti. Varrebbe il caso di provarci ancora. Con pazienza e determinazione.

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