Il lavoro resta un campo d’indagine e di interpretazione del benessere della
società. Nonostante i tentativi di declassarlo o di anteporgli altri elementi
identitari dell’agire umano, esso si impone come parametro essenziale della
capacità di una comunità di assicurare relazioni coese tra le persone che la
compongono.
In funzione di questa valutazione più generale, l’aspetto quantitativo è
ovviamente importante. I rapporti tra disoccupati ed occupati, quelli tra occupati
legalmente e quelli illegalmente sono determinanti per raccontarci che tipo di
società sta di fronte a noi. Ed essi qualificano anche la consistenza della
modernità e dell’arretratezza di un contesto economico e sociale.
Ma la dimensione quantitativa non esaurisce la conoscenza di una realtà. Sempre
di più a mettere a fuoco l’immagine delle situazioni indagate, devono concorrere
gli approfondimenti qualitativi.
È ormai convinzione acquisita che c’è una mutevolezza della forma e del
contenuto del lavoro che impedisce ogni cristallizzazione delle valutazioni. Da
qui, la necessità di non cedere alla tentazione di dare per certo ciò che statico e
definito non è.
Indagare sul cambiamento delle condizioni esterne e delle caratteristiche proprie
del lavoro è quindi un esercizio nient’affatto ripetitivo o di riscoperta dell’acqua
calda. È piuttosto capacità di cogliere le novità e le potenzialità della
trasformazione di un “oggetto”, il lavoro, che dal medio evo in avanti è stato
progressivamente, attraverso lotte, sconfitte e successi, rivalutato e messo al
centro della vita civile ed economica.
Anche ora e per il futuro prossimo - con una crisi incombente e dai segni della
rottura di continuità da quella che è stata chiamata “economia di carta” – questa
centralità non è teorica né fittizia. È il capo della matassa da tirare per uscire dalla
crisi in modo credibile e durevole.
L’affermazione nell’opinione pubblica di questa consapevolezza è di per sé un
fatto positivo. Significa che il lavoro viene anteposto al consumo ripetitivo, al
profitto facile, al primato delle rendite.
E se ciò è sostenuto da una visione più matura del lavoro e del lavoratore, dal
riconoscimento del bisogno di un nuovo umanesimo del lavoro, c’è da sperare
che la crisi non sarà soltanto macerie ma anche riedificazione di relazioni
economiche sane.
Per queste ragioni, l’Associazione Nuovi Lavori si dota di un nuovo strumento di
impegno scientifico. Si tratta di un Working Paper, a cadenza quadrimestrale, che
raccoglie di volta in volta materiali di analisi e ricerca monotematici. Alle loro
4 edizioni concorreranno ricercatori, docenti universitari ma anche operatori
economici e dirigenti di aziende e di istituzioni pubbliche.
L’Associazione Nuovi Lavori, in questo modo, cerca di non rimanere estranea al
vasto dibattito che, sia nel nostro Paese che nel mondo, si svilupperà sul lavoro
che sarà. Vuole dare questo contributo guardando i cambiamenti
prevalentemente dal punto di vista del lavoro non standard. Cioè di quella forma
di lavoro che finora è stata la cenerentola del mercato del lavoro ufficiale. Essa,
infatti, rappresenta il paradigma più concreto per osservare le contraddizioni che
si sono accumulate verso l’alto, nella scala della stabilità (fino al ruolo dei
managers e ai loro bonus) e verso il basso, nella spirale dell’illegalità (fino agli
estremismi schiavistici nel mare magnum del lavoro nero).
Con questo spirito, l’Associazione Nuovi Lavori si apre al più ampio dei
confronti e si augura di assicurare ad essi enfasi e sensi sempre più creativi e
condivisibili.